Cinema e critica cinematografica

Jan Švankmajer - Moviement n°6

Pubblicato per la prima volta sul portale di libera critica cinematografica Cinezoom.


La sesta uscita di Moviement, edita nel gennaio 2011, è dedicata all’opera di Jan Švankmajer, autore surrealista, ancor oggi, poco noto alla platea occidentale e in particolar modo a quella nostrana. La pubblicazione di cultura cinematografica, curata da Gemma Lanzo Editore, propone un approfondimento del regista ceco (classe 1934) attraverso la lettura critica di cinque saggi, un’analisi filmica e un’appassionante intervista condotta in più fasi daPeter Hames, ricercatore associato alla Staffordshire University.

Le tematiche e i contenuti delle pellicole del regista sono esplorate con minuzia di dettagli e ricchezza di citazioni provenienti dallo stesso regista. Il lettore viene dunque guidato in un excursus che prende il via dalle origini della messa in scena svankmajeriana pervasa dal simbolismo della tradizione teatrale boema, come l’uso delle marionette e dei burattini, ma anche da un’influenza politico-sociale che ha fortemente caratterizzato la sua poetica cinematografica soprattutto quella degli esordi. Nonostante sia stato premiato in diversi Festival internazionali e la sua produzione abbia finora all’attivo ventisei cortometraggi e due lungometraggi, Švankmajer è stato sempre, a torto, collocato nelle zone marginali della critica cinematografica in particolar modo di quella che si occupa dell’animazione. La sua tecnica, affinata nel tempo, si dimostra alquanto diversa da quella disneyana o generalmente conosciuta come “classica” americana: uso dello stop motion e della pixellation; uso di oggetti notoriamente inanimati come le carcasse di animali o la carne cruda; situazioni e personaggi che attingono dal surrealismo di Lewis Carrol e di Fellini (per citarne solo alcuni). Come già osservato da Terrence Rafferty, egli va al significato dell’animazione, ovvero infondere la vita alle cose inanimate. Nella maggior parte della sua produzione, infatti, si riscontra l’omissione di dialogo a favore del movimento di oggetti che non si comportano come accade nella norma delle cose e, tale fenomeno, suscita spavento nello spettatore se non addirittura un sentimento di orrore. Non a caso l’immaginario di un classico comeEdgar Allan Poe è fonte di continua ispirazione per il regista ceco che trasforma le parole dell’autore americano nelle inquietanti visioni della Cecoslovacchia comunista del XX secolo. Altro punto cardine è la figura dell’Arcimboldo, pittore milanese vissuto nel XVI secolo che operò presso la corte di Rodolfo II a Praga. L’omaggio più diretto all’artista è un corto di 30 secondi intitolato Flora (1989) in cui una figura femminile composta da vegetali e frutti si deteriora fino a raggiungere la putrefazione.

La pubblicazione si conclude con una deliziosa intervista, realizzata in tempi diversi, in cui Jan Švankmajer ripercorre le tappe della sua opera dai primi passi in teatro fino alle sperimentazioni “tattili”, dal cinema inteso come tentativo di codifica del sogno all’idea di montaggio come occasione di connessione tra il film e il sogno. E proprio il sogno ha un’importanza non indifferente al cinema: egli auspica a un continuo interscambio tra sogno e realtà poiché non vi sono ponti logici tra essi ma soltanto il gesto fisico dell’aprirsi e del chiudersi delle palpebre. Il cinema dunque ha il potere di perpetuare tale sogno ad occhi aperti.

Al termine dell’intervista si trova un decalogo apparso per la prima volta nel 2006, un piccolo compendio di regole-base composto dall’autore forse per i posteri (?) e che si dimostra applicabile in qualunque campo artistico, purchè l’opera renda servizio esclusivamente alla libertà.

Dalle pagine dei saggi di Moviement esce il ritratto di un autore estremamente eclettico, rivelatore di un surrealismo complesso ma coerente con la realtà e detentore di una rappresentazione culturale ferocemente critica nei confronti dell’ideologia totalitaria. Švankmajer, a lungo sottovalutato soprattutto in Italia, oltre ad essere stato una preziosa influenza nella formazione di personalità registiche contemporanee come Tim Burton o David Lynch, è stato posto sotto i riflettori della critica solo in tempi molto recenti e viene annoverato, a ragione, tra le menti più geniali della cinematografia d’animazione.

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La forza è controllo - Chronicle (di Josh Trank, anno 2012)

Pubblicato per la prima volta sul portale di libera critica cinematografica Cinezoom.


Il contatto fortuito con un cristallo radioattivo, scovato in una caverna sotterranea, segna l’inizio di una nuova esistenza per Andrew, Matt e Steve, tre comuni adolescenti americani che, dopo una serata in discoteca, si ritrovano alle prese con poteri straordinari grazie ai quali potranno spostare oggetti col pensiero, volare ad altezze incredibili e, all’occorrenza, difendersi con scudi invisibili.

Chronicle è il primo lungometraggio del giovane Josh Trank, scritto e realizzato in collaborazione con Max Landis, entrambi figli d’arte che portano sul grande schermo una storia a metà tra il genere fantascienza e il thriller psicologico. La pellicola, girata come un finto documentario, narra appunto la cronaca dei fatti che coinvolgono i tre giovani e si avvale delle riprese di Andrew, il più introverso e problematico del gruppo, ossessionato dalla sua videocamera e tormentato dal padre alcolizzato. Nonostante i timori di far trapelare le nuove capacità telecinetiche, il ragazzo decide di sfruttare alcuni poteri straordinari camuffando questi come trucchi di magia per catturare l’attenzione dei compagni di scuola. L’improvvisa popolarità ha però breve durata e ben presto l’animo oscuro del giovane viene allo scoperto. Il dispotismo paterno, che Andrew subisce da sempre, innesca infine una vera e propria macchina di distruzione che gli stessi Matt e Steve avevano incautamente sottovalutato.

A prima vista Chronicle potrebbe essere scambiato per un “fumettone” cinematografico creato sulla base di effetti speciali - tra l’altro di grande impatto visivo - capaci di incollare il popolo nerd alla poltrona della sala, ma riflettendoci con più cura la storia rivela aspetti assai più intriganti e complessi; a onor del vero gli effetti speciali non sono nemmeno eccessivi e vengono dosati nei giusti tempi, anzi li definirei quasi un espediente narrativo per raccontare la turbinosa cronaca dei tre protagonisti e in particolar modo l’evolversi emozionale di Andrew, interpretato dall’ottimo Dane DeHaan

Lo sguardo cupo e nervoso del ragazzo e la sua goffaggine col resto del mondo lo rendono un essere perlopiù asociale, un ragazzo intelligente ma che rivela un’oscura fragilità interiore cresciuta a suon di insulti e cazzotti da parte del meschino genitore. 

In verità tale sensibilità, che lo consegna senza appello al bullismo a scuola, sarà illuminante per la presa di coscienza di una responsabilità che va oltre le proprie conoscenze; non è un caso che tra le mete di viaggio a velocità supersonica il ragazzo proponga il Tibet, terra che ospita i monaci buddisti e che, letta tra le righe (o meglio tra un fotogramma e l’altro), appare come una disperata richiesta d’aiuto. Steve (Michael B.Jordan), ragazzo di successo con un sorriso “politically correct” per tutti, finisce per soccombere nel tentativo di aiutare l’amico ormai fuori controllo; mentre Matt (Alex Russell), suo malgrado, sarà coinvolto in un duello tra titani dove la folla dei semplici mortali è solo un seccante e lagnoso sottofondo urbano. In questo frangente, in un crescendo emozionale vicino alla fase conclusiva, Josh Trank è abile a mettere in luce la furia distruttiva che avvolge l’intera azione prima che una presa di coscienza del sé possa aver luogo. L’omaggio più evidente è certamente l’Akira di Otomo, ma vi sono rimandi anche a qualcosa di più recente e disimpegnato come per esempio Misfits, serie tv che racconta l’avventura di un gruppo di adolescenti un po’ sconclusionati e dotati di poteri eccezionali. L’utilizzo della macchina da presa a mano coinvolge lo spettatore nella visione di un “vero” documentario, un girato amatoriale, coi mezzi limitati di cui può avvalersi un adolescente americano. In alcuni tratti è però troppo inverosimile che Andrew abbia la premura di riprendere ogni momento. 

Colonna sonora praticamente inesistente: ciò che udiamo è ciò che accade in fase di ripresa del documento filmico. Se per la costruzione dei personaggi di Steve e Matt si nota qualche carenza e banalità, la sceneggiatura invece lavora discretamente bene sulla personalità di Andrew, un soggetto indubbiamente fragile la cui realizzazione viene soffocata in ogni ambito della vita (egli stesso cita e “mette in scena” Schopenhauer): in famiglia, nella cerchia degli amici, nel tentativo disperato di divenire un supereroe utile, ammirato e apprezzato. Emblematica la sequenza in cui il ragazzo veste la tuta da pompiere del padre con l’intento di sottrarre soldi alla feccia del quartiere. Poi, come a ricordarci che ogni bestia ha il suo macellaio, lo vediamo occuparsi teneramente della madre allettata e morente, in estremo contrasto con l’inettitudine paterna che invece cerca rifugio nell’alcolismo. Eppure Landis e Trank stabiliscono furbescamente che sia proprio tale personaggio, collocabile in zona psicopatologia trascurata, a tracciare la via da seguire, una strada decisamente spirituale, quasi ascetica e quantomeno insolita per un superhero movie occidentale, ponendo l’attenzione sul recupero di una serena conoscenza del sé e della proprie potenzialità interiori.

Insomma... non di soli muscoli è fatto un eroe.

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La figlia della Rivoluzione - Persepolis (di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi, anno 2007)

Pubblicato per la prima volta sul portale di libera critica cinematografica Cinezoom.


Marjane Satrapi, iraniana di nascita e parigina di adozione è l'autrice di Persepolis, un fumetto  a carattere autobiografico nato nel 2000 e che ha riscosso successo dall'Europa alle Americhe. La pellicola, co-diretta dalla stessa Satrapi e da Vincent Paronnaud, ha ricevuto all'ultimo Festival di Cannes il Premio della Giuria in ex-aequo con Stellet Licht (Silent light) di Carlos Reygadas.

Nata nel 1969 a Ratsh sulle sponde del Mar Caspio, Marjane ha trascorso l'infanzia con i genitori e la nonna a Teheran dove, vivendo il passaggio tra monarchia e repubblica, ha frequentato la scuola francese. Durante la guerra contro l'Iraq e, a causa soprattutto della politica oppressiva del regime nei confronti dei progressisti occidentalizzati, la famiglia di Marjane spinge la ragazza a partire per l'Austria. La vita in Europa si rivela molto diversa, a tratti complicata ma anche sorprendentemente libera da condizionamenti religiosi e politici. Il periodo dell'università segna un triste ritorno in patria caratterizzato da rigidi condizionamenti e restrizioni politiche secondo cui le donne non possono mostrarsi in pubblico prive di chador e sono costrette a render conto delle compagnie maschili che frequentano. Così Iron Maiden, Abba e Michael Jackson divengono il retaggio del sogno occidentale di cui emergono i prodotti di una artificiosa democrazia. Marjane ha infatti vissuto le contraddizioni dell'emancipata Europa: i pregiudizi degli stessi cristiani verso lo straniero, l'ignoranza di chi non conosce l'Iran e l'indifferenza verso i più bisognosi, segno distintivo del freddo Occidente. Dopo un fallimento matrimoniale si affaccia concretamente l'idea di trasferirsi definitivamente in un altro paese, lontano dalla terra d'origine: la Francia. Il distacco dalla famiglia e dagli affetti rappresenta il prezzo da pagare per inseguire la libertà.

Cresciuta con genitori progressisti e socialmente impegnati, Marjane è una "privilegiata", figlia della Rivoluzione, una donna intelligente che riconosce attraverso i racconti dello zio assassinato in prigione l'inutilità della guerra e la pericolosità della mancanza di memoria. Grazie al coraggio della nonna -  segnatevi l'idea dei gelsomini nel reggiseno: sono poesia pura! - la ragazza imparerà a conservare la propria integrità e a non rinunciare a se stessa. E, alla vigilia della partenza,  altrettanto impedibili sono i saggi consigli della nonna che descrive come sia l'ignoranza ad essere il vero motore degli "stronzi".

Persepolis ha appassionato il pubblico di mezzo mondo per il tratto sobrio, l'asciuttezza delle tavole e l'immediatezza della storia raccontata. Un intreccio biografico, a mio avviso avvincente, che si presta a descrivere la storia di un Paese, prima in guerra e poi nella morsa della teocrazia. Della composizione grafica la pellicola conserva la brillante ironia, i paradossi che mettono in luce le diversità tra popoli, un radioso bianco e nero. Persepolis non si avvale di grandi avanguardie tecnologiche e quando parlo di animazione non si pensi a prodotti come Ratatouille o altre meraviglie della Pixar. Piuttosto fa pensare, anche se la stilizzazione è minore, a quelle sihlouette in stile "Principe Achmed" della Reiniger, tanto care all'avanguardia d'animazione russa degli anni Trenta. Aggiungo che non è da meno la lezione di Tim Burton con i suoi gotici riccioli floreali.

Se poi pensiamo che Persepolis è sopravvissuta al rischio di diventare un disastro… "Mi hanno addirittura proposto - ha commentato la Satrapi - progetti come una serie-tv alla Beverly Hills 90210 e un film con Jennifer Lopez nel ruolo di mia madre e Brad Pitt nel ruolo di mio padre! Assurdo!" Assurdo sì, sottolineo io. Regia dunque artigianale ma impeccabile. Musiche prevalentemente rock con una simpatica rivisitazione del classico "Eye of the tiger". Da segnalare anche un omaggio visivo per gli Einstürzende. Infine la scelta sui doppiatori italiani mi pare perfetta:  Paola Cortellesi, Licia Maglietta e Sergio Castellitto.

Pur credendo nella fallibilità dell'ingrato compito del recensore promuovo appieno il coraggioso film della Satrapi. È la prima volta - e forse anche l'ultima - che mi espongo in un'ovazione totale per una pellicola che non è propriamente d'autore.

Lo squallore dell'ignoranza passa attraverso l'innocenza di una bambina, attraverso l'ingenuità di una ragazza e infine attraverso la silenziosa (e dolorosa) Rivoluzione di una donna. Una splendida lezione d'integrità.